Sono 200 i ragazzi impegnati in progetti di servizio civile che entreranno a far parte del progetto “I giovani, il Terzo Settore: le competenze civiche e trasversali per un futuro più coeso”, provenienti da 17 Regioni che esprimono la varietà delle situazioni territoriali, con profili differenti, fra l’altro, per età, genere, livello di istruzione formale, tipologia di progetti a cui partecipano.

Validare le competenze
Un’iniziativa sperimentale, finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con l’Avviso 2.2020, la cui realizzazione è affidata all’associazione di promozione sociale ASC (Arci Servizio Civile) con l’obiettivo di costruire un meccanismo di validazione delle competenze di cittadinanza e di coesione sociale che i giovani impegnati nel servizio civile universale acquisiscono nel corso del loro impegno a favore della comunità.
Il progetto dà continuità alla sperimentazione realizzata da ASC Aps con 60 operatori/trici volontari/ie nel 2019, documentata nel libro “Analisi e innovazione dei processi formativi del terzo settore: competenze strategiche degli operatori volontari in servizio civile”, di Paolo Di Rienzo, Patrizia Bertoni, Licio Palazzini, curato dal Forum Nazionale del Terzo Settore e dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre, (Lupetti Editore, 2021).

Ricostruire la partecipazione sociale
Il processo di validazione inoltre si colloca nel quadro valoriale di Next Generation Ue da cui discende anche il Pnrr italiano. Dotare le nuove generazioni di competenze di cittadinanza, indispensabili per ricostruire la partecipazione sociale e di competenze trasversali o strategiche (soft skills) per poi riconoscerle nei processi formativi e professionali significa accettare davvero la scommessa delle tre transizioni, sociale, ecologica, digitale, che ci possono dare un futuro di pace e coeso. Non solo. Sono sempre di più le imprese e le pubbliche amministrazioni italiane che richiedono e valorizzano questo tipo di competenze (come del resto avviene in Europa già da tempo).

Una opportunità a disposizione tutti
Al termine del progetto i 200 operatori/trici volontari/ie, in servizio potranno fare domanda di validazione di queste competenze, centrate su un referenziale validato dagli autorevoli soggetti che compongono il Comitato di indirizzo e valutazione, aiutati/e da adulti che li/le accompagneranno nella messa in trasparenza di queste competenze, attraverso un mix di colloqui in presenza e on line.
Questa sperimentazione verrà poi messa a disposizione del Dipartimento Politiche Giovanili e Servizio Civile Universale, il Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri deputato alla attuazione del Servizio Civile Universale, affinché ne valuti la scientificità, sostenibilità e riproducibilità aprendo la strada ad una validazione riconosciuta e inserita nei percorsi indicati dal decreto legislativo n. 13 del 16 Gennaio 2013 – art. 1, lett. B. In tal modo, in un futuro, speriamo prossimo, tutti/e gli/le operatori/trici volontari/ie che lo vorranno, potranno acquisire questa validazione, dando concreta applicazione al comma 2 dell’Art. 18 del Decreto Legislativo n. 40/2017.
Allo stesso modo, questa sperimentazione verrà messa a disposizione degli enti iscritti all’Albo del Servizio Civile Universale, a cominciare da quelli che già stanno facendo questo percorso, per costruire un nucleo di sperimentazione diversificato, in grado di sottoporre al Dipartimento molteplici modelli di intervento.

Non solo giovani
Questo progetto non si rivolge solo ai/lle giovani. Intende valorizzare le attività degli adulti che li/le accompagnano nel loro anno di servizio civile, portandoli/le ad ottenere eventuali crediti verso le qualificazioni regionali abilitate a svolgere nei diversi territori le funzioni di individuazione e validazione delle competenze valorizzando i percorsi del Terzo Settore anche come generatore utile all’acquisizione di nuove competenze.

Il percorso è stato pensato e verrà realizzato assieme a partner (INAPP, Dipartimento di Scienze della Formazione di Roma Tre, Università Cattolica, Fondazione Emit Feltrinelli, Social Hub) che contribuiranno alla definizione degli strumenti e al tutoraggio della loro applicazione e alla disseminazione nei mondi interessati dal positivo risultato della sperimentazione (Forum Nazionale del Terzo Settore, Assifero, Vita, CNESC, Fastweb, Associazione giovanile Mai dire Mai).
Il progetto si concluderà con un Rapporto e un evento finale nell’aprile del 2023.

Parliamo del tuo viaggio a Praga e del tuo ruolo come ambasciatrice dei giovani in Europa. Come ti senti al riguardo?
Mi sento intimorita, un po’ come succede in tutte le situazioni in cui si hanno delle responsabilità, in quanto fa sempre paura avere delle responsabilità. Ovviamente sono anche molto contenta e orgogliosa, non so se poi sarò all’altezza. Mi hanno chiamata e sono stata entusiasta di accettare. Saranno poi gli altri che giudicheranno e, in base al loro feedback, capirò se sto facendo qualcosa di giusto o se devo migliorare.

Che tipo di percorso hai svolto per diventare ambasciatrice?
-[ridendo] Un po’ tortuoso! Dopo la fine del liceo sono andata a Venezia a studiare lingue orientali, nello specifico arabo e turco, qualcosa di molto extra europeo. Andando poi all’estero, in particolare fuori dall’Europa, mi sono accorta di essere cittadina dell’Unione Europea e che esserlo non è affatto banale; infatti ho avuto l’occasione di confrontarmi con dei miei coetanei, soprattutto in medio-oriente, che non avevano l’opportunità di viaggiare e studiare all’estero come potevo fare io! Ho vissuto tre anni in Francia, sono partita per l’Erasmus e poi sono rimasta per la laurea magistrale, e dopo tutti questi viaggi sono tornata in Italia con la voglia di viaggiare ancora e di vivere all’estero. Penso sia stata un po’ l’apertura, i vari percorsi di vita e i viaggi che ho fatto durante il mio percorso accademico a farmi diventare ambasciatrice.

Quali tematiche sono state affrontate durante l’incontro a Praga?
Il progetto si sviluppa in sette incontri, tanti quanti sono i paesi partecipanti. Ad ogni incontro si affronta una tematica differente in uno stato differente. Il filo conduttore di tutto il progetto è il futuro dell’Europa. Questo di Praga è stato il primo incontro. Il tema affrontato da me era il futuro dell’Europa partendo dal ‘Libro Bianco’ (documento pubblicato nel marzo 2017) che presenta cinque scenari differenti possibili per l’Europa del futuro, usato un po’ come spunto di riflessione; è un documento che è stato pubblicato prima del Covid quindi è stato interessante vedere se, per esempio le priorità dell’Europa sono cambiate con il Covid e se il futuro dell’Europa è cambiato.

Stai svolgendo Servizio Civile Regionale presso il Centro Interculturale Movimenti di Cesena: che connessione vedi tra il tuo ruolo di volontaria e di Ambasciatrice?
Bella domanda: in realtà sia il percorso accademico che ho fatto, il quale mi ha fatto diventare ambasciatrice, senza particolari meriti [ridendo], sia i miei interessi personali e il futuro che sogno per l’Europa, coincidono con il ruolo che svolgo nel servizio civile, ovvero operatrice volontaria nel Centro Interculturale. Quindi secondo me le due cose sono due facce della stessa medaglia! Mi riconosco molto di più nel ruolo di volontaria che nel ruolo di ambasciatrice, perché penso che i cambiamenti avvengano a livello locale attraverso l’aspetto umano e relazionale. Al Centro Interculturale movimenti dove faccio servizio, l’apertura è molto più che europea, in quanto la maggior parte degli utenti sono extraeuropei.
Penso che il mio ruolo da ambasciatrice sia strettamente collegato con il ruolo di volontaria. Il ruolo di volontaria mi piace molto e lo consiglierei a tutti i giovani.

Quando si parla di giovani viene da pensare anche all’esperienza svolta dai volontari in Servizio Civile. All’interno del Servizio Civile come può essere messo a frutto il tuo operato come Ambasciatrice?
Semplicemente parlando con gli altri, confrontandosi tra volontari poiché penso che una delle cose più importanti sia discutere, confrontarsi, riportare ciò che si è vissuto all’estero, perché altrimenti l’esperienza di Praga non avrebbe senso se rimanesse una cosa mia. E poi ovviamente riportarlo anche agli utenti con cui mi interfaccio come volontaria, quindi raccontare anche a chi non è europeo cos’è l’Unione Europea, anche se spesso lo sanno molto meglio loro, e presentare loro le possibilità che l’Europa offre.

Per concludere ti chiedo : secondo te, quale può essere il modo migliore per essere cittadino attivo nel territorio?
Per quella che è stata la mia esperienza, è stato per prima cosa necessario viaggiare portandomi dietro tutto quello che ho visto e ho fatto, senza la pretesa di imporre in Italia quello che ho visto all’estero. Ad esempio quando sono tornata ho osservato con maggiore attenzione il mio territorio che fino a quel momento avevo un po’ sottovalutato, rivalutandolo sotto una luce diversa. Mi sono resa conto che c’è la possibilità di fare tantissimo sul territorio e per farlo, bisogna cambiare la prospettiva con cui si guardano le cose. Quindi il mio consiglio è quello di migliorare prospettiva, si tende sempre a fare riferimento a quello che c’è intorno a noi, ma poi bisogna anche attivarsi per cambiare quello che non ci piace!

Anche ASC aps aderisce alla manifestazione antifascista indetta da Cgil Cisl Uil in risposta all’attacco alla sede della Cgil Nazionale avvenuto sabato scorso durante un corteo no-vax.

L’adesione è stato un atto fortemente voluto dall’assemblea nazionale, perfettamente coerente per un’associazione che ha sempre portato avanti i valori dell’antifascismo. Un’adesione e un sostegno ai valori democratici e di partecipazione civile che ASC Aps realizza sia nella propria attività quotidiana che nello svolgimento dei progetti di servizio civile.

Per questo motivo saremo lieti di accogliere sotto i nostri colori anche gli operatori volontari che volessero partecipare, segnale di una generazione di ragazzi pronti a impegnarsi per difendere i valori costituzionali.

La CNESC, il Forum Nazionale del Servizio Civile, l’AOI e la Rappresentanza Nazionale degli Operatori Volontari esprimono apprezzamento per lo sblocco delle partenze in alcune aree di 7 Paesi in seguito alla Circolare recante indicazioni agli enti di servizio civile in relazione all’impiego degli operatori volontari in Paesi esteri a rischio pubblicata lo scorso 23 settembre.

Un’apertura importante che permette finalmente ad almeno 112 operatori volontari di ripartire.
Tuttavia rimangono ancora circa 150 giovani bloccati, numero che rischia di diminuire anche per le rinunce- ad oggi almeno 38- di quanti non ce la fanno più a rimanere sospesi nel limbo, demotivati e sfiduciati dopo essere stati avviati al servizio e da quasi due mesi, per la maggior parte, bloccati nelle partenze dalla comunicazione del 13 agosto.

Quali le prospettive future? Quali gli ulteriori passi verso lo sblocco delle partenze?
Domande che rimangono ancora senza risposta, motivo per cui gli enti e la rappresentanza degli Operatori Volontari pochi giorni fa hanno mandato una richiesta di incontro alla Ministra Dadone.
Appurato, infatti, dopo la risposta ufficiale del MAECI all’interrogazione parlamentare sul blocco delle partenze, che il parere negativo non è da intendersi come divieto, la responsabilità della decisione è proprio del Dipartimento e della Ministra.
L’obiettivo dell’incontro non è solo quello di sbloccare le partenze per i 12 Paesi, anche perchè attraverso il lavoro degli enti e la disponibilità dei giovani al ricollocamento in altri Paesi, immaginiamo di poter trovare, in tempi brevi, una opportunità d’impegno all’estero per la maggior parte degli operatori volontari bloccati, ma soprattutto di ridefinire una procedura certa, anche in vista della valutazione dei programmi in corso e per l’imminente bando sui Corpi Civili di Pace, che stabilisca quando non si può andare nel Paese.

Ad oggi, infatti, i protocolli previsti sembrano essere disattesi: per la maggior parte dei Paesi infatti il sito www.viaggiaresicuri.com non sconsiglia a qualsiasi titolo l’ingresso, se non per alcune aree dove non sono presenti le sedi degli enti, col risultato che per lavoro o studio qualsiasi cittadino italiano può recarsi oggi nei Paesi interessati dal blocco, ma non per il Servizio civile.
Inoltre, risulta ormai evidente che, alla base della decisione sulle partenze, non c’è una valutazione dei piani di sicurezza previsti dagli enti, che individuano gli accorgimenti necessari per garantire appunto i livelli di sicurezza, ma soltanto una fotografia dei rischi presenti nel Paese.
E ancora, il MAECI a un tavolo congiunto il 16 settembre, ha dato il suo nulla osta al Dipartimento perché fossero condivise con gli enti le motivazioni (sanitarie? di ordine politico?) alla base del “divieto”. Informazioni essenziali per adeguare i piani di sicurezza ai rischi presenti ma che ad oggi non sono state ancora socializzate.

Ancora, la circolare del 23 settembre non recepisce alcuni suggerimenti degli enti per rendere maggiormente flessibile il ricollocamento dei volontari in altri Paesi, considerando la situazione straordinaria della sospensione delle partenze. Seppur disponibili a cercare soluzioni e a tentare una seppur complessa riorganizzazione, gli enti si trovano limitati da alcuni vincoli formali, che potrebbero essere superati facendo tesoro dell’esperienza del bando precedente, quando sono stati messi in campo strumenti flessibili per gestire l’emergenza.

La richiesta, infine, di un’assicurazione sanitaria integrativa obbligatoria come condizione necessaria per lo sblocco di alcuni Paesi – vedi Ecuador e Cile – dovrebbe essere, secondo gli enti, una responsabilità del Dipartimento non solo in quanto titolare della copertura assicurativa generale degli operatori volontari ma anche in relazione alla copertura economica garantita, ad esempio, dal risparmio legato alle posizioni previste ma che non verranno attivate con il quale si potrebbero coprire le spese aggiuntive richieste per garantire maggiore sicurezza.

Gli enti e la rappresentanza dei giovani confidano nella disponibilità della Ministra a incontrarli, a fare il possibile per sbloccare in tempi rapidi i Paesi ancora sospesi e a chiarire le procedure che realmente garantiscono la sicurezza, trasformando così una situazione problematica in una opportunità di crescita per l’istituto del servizio civile all’estero.

PREMESSA: In totale per il 2020 sono stati messi a bando 46.891 posti di servizio civile per i quali sono state presentate oltre 121.000 domande.

ASC Aps ha partecipato al bando ordinario di Servizio Civile Nazionale del 2020 offrendo ai volontari 2.673 posti di servizio civile per o quali sono state presentate 7.570 domande. Dopo le selezioni, i giovani hanno avviato la loro esperienza il 25 maggio 2021. Come avviene dal 2009, alla fine del secondo mese di servizio, i giovani partecipano al primo dei tre step compilando un questionario su una piattaforma dedicata.

I giovani volontari in SCU sono in maggioranza femmine: 65%.

Sono in generale con un buon livello di scolarizzazione: 39% è laureato, 56% è diplomato, 5% possiede la licenza media.

I volontari sono in prevalenza studenti (41%) o senza lavoro (il 22% in cerca di prima occupazione, il 13% disoccupati); tra quelli che lavorano, corrispondenti a circa un quarto dei giovani, una larga maggioranza svolge lavori saltuari.

La maggioranza di chi partecipa al servizio civile, il 57%, ha esperienza di attività di volontariato; gli altri, che comunque rappresentano una buona quota, ne sono digiuni.

Perché scelgono il servizio civile?

Ormai stabilmente negli anni, le motivazioni rimangono le stesse:

21% cerca un percorso di crescita personale;

14% ricerca nuove esperienze;

14% lo sceglie per entrare nel mondo del lavoro;

13% vuole approfondire la formazione;

12% vuole guadagnare qualcosa;

7% per fare quello che piace;

5% per mettersi alla prova.

Infine il dato probabilmente più significativo: alla domanda ‘Secondo te il servizio civile dovrebbe essere obbligatorio o volontario?‘ ha risposto ‘volontario‘ il 92% degli operatori in servizio.

I dati si confermano simili in tutti i 12 monitoraggi, fatti a cadenza annuale dal 2009: le ragioni di crescita personale ed altruistiche superano di gran lunga quelle utilitaristiche, legate al compenso e al desiderio di entrare nel mondo del lavoro.

Per quanto riguarda il grado di soddisfazione, i giovani volontari, a due mesi dall’inizio sono molto soddisfatti dell’esperienza, cui danno il voto 8,0 anche in questo caso a conferma di quanto rilevato ogni anno dal 2009.

ASC Aps, la più grande associazione di scopo italiana dedicata esclusivamente al servizio civile nazionale, presenta anche quest’anno alcuni focus dal rapporto di monitoraggio curato da Elisa Simsig, sui giovani che stanno partecipando ai progetti di servizio civile messi a bando nel 2020 dalle associazioni aderenti.

Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne

Eppure Gandhi è considerato, giustamente, il padre della nonviolenza moderna perché ne ha fatto un metodo di lotta politica contro le ingiustizie, per la libertà, la pace.

L’Assemblea generale dell’ONU ha indetto la Giornata Internazionale della Nonviolenza nel giorno della nascita di Mohandas K. Gandhi, chiamato il Mahatma, la grande anima. Se da un lato questa ricorrenza ha contribuito alla divulgazione del messaggio della nonviolenza “anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”, dall’altro si corre il rischio – ogni anno di più – della vuota commemorazione, della ritualità ineffettiva, per dirla con una parola, della retorica.

Per le amiche e gli amici della nonviolenza è un giorno di festa, ma soprattutto di riflessione, autocritica, a partire dall’eredità politica e spirituale di Gandhi, eredità che si misura nella stretta connessione tra ideali della nonviolenza, sperimentazione delle tecniche e programma costruttivo. Nessuno di questi aspetti può essere vissuto autenticamente – è l’insegnamento del Mahatma – senza gli altri.

E allora: come stiamo contribuendo oggi al programma della nonviolenza, allo sviluppo sempre creativo della sua teoria e prassi? Se è vero che la nonviolenza è insieme “antica come le colline” e “novità rivoluzionaria” sta a noi andare avanti, scegliere quali direzioni prendere per la trasformazione nonviolenta della nostra società.

Il mio campo è l’azione, e io faccio ciò che comprendo essere il mio dovere, in accordo con le mie possibilità e ciò che sopraggiunge lungo la mia strada

Ciò che ci è venuto incontro in questi ultimi anni (la crisi climatica, l’impennata del riarmo internazionale, la pandemia) ci impone di allargare il campo d’azione e moltiplicare le possibilità di agire concretamente con la nonviolenza.

Per noi la nostra Festa del 2 ottobre è la valorizzazione e il rilancio dell’impegno quotidiano dei nostri gruppi territoriali, della rivista Azione nonviolenta, della promozione del Servizio Civile Universale, del nostro approfondimento dei temi della memoria e dell’ecologia. Se queste tante iniziative trovano un collante internazionale nella nostra partecipazione attiva alla War Resisters International (l’Internazionale dei resistenti alla guerra), di cui quest’anno ricorre il Centenario, in Italia trovano forza nella Rete italiana Pace e Disarmo.

È questa oggi la Rete più ampia e matura delle associazioni pacifiste, disarmiste, nonviolente, ambientaliste, culturali, sindacali e del volontariato, che ha raccolto l’eredità gandhiana della nonviolenza politica organizzata e quella capitiniana della Consulta italiana per la Pace nata dopo la Marcia Perugia-Assisi del 1961, promuovendo un programma costruttivo le cui gambe sono Campagne con obiettivi al passo coi tempi, concreti e precisi: l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta, la riduzione delle spese militari, il blocco all’export di armamenti verso Paesi in conflitto e che violano i diritti umani, la ratifica italiana del Trattato di messa al bando delle armi nucleari, il finanziamento degli interventi civili di pace presenti nei paesi in conflitto.

Se si ha chiaro che queste campagne e obiettivi sono il punto di arrivo comune, slogan e iniziative generiche lasciano il posto alla forza del pensiero e della pratica della nonviolenza attiva. Ci pare questa la modalità persuasa di celebrare la Giornata internazionale della nonviolenza. È questa la nostra “marcia collettiva”, non di un solo giorno, ma dei giorni che verranno, per un futuro di pace e disarmo per tutti.

I 60 anni della prima Marcia storica di Aldo Capitini, da Perugia ad Assisi, vanno celebrati per conservare e trasmettere la memoria, e perché quella Marcia rappresentò una grande novità, fu a suo modo rivoluzionaria, uno spartiacque con un prima e un dopo (prima il pacifismo di partito, dopo il pacifismo nonviolento); quella Marcia diede anche un frutto fortemente voluto da Capitini stesso: la nascita del Movimento Nonviolento.

Una Marcia così non c’era mai stata in Italia. Processioni religiose sì, se ne vedevano tante, e anche cortei di partito, in tutte le regioni. Ma chiamare a raccolta gente di popolo, per camminare nelle campagne umbre con un obiettivo politico (lanciare l’idea del metodo nonviolento di lotta), era proprio una novità. Ci voleva uno come Aldo Capitini, pacifista nonviolento, libero religioso, per convocare la Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli del 24 settembre 1961.

In un momento internazionale difficile (costruzione del Muro di Berlino, avvio della crisi cubana, contrapposizione tra Patto di Varsavia e Nato con la minaccia di conflitto atomico) Capitini volle unire i filoni storici, laici e religiosi, del pacifismo socialista, comunista, cattolico, radicale, nel comune desiderio di pace per il mondo.

Il senso profondo di quella originale iniziativa fu espresso dallo stesso Capitini; bisognava che la Marcia: – partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; – dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica; – fosse l’occasione per la presentazione e il “lancio” dell’idea del metodo nonviolento (da qui il richiamo alle due figure della nonviolenza, Francesco e Gandhi).

La Marcia, dapprima avversata dai partiti, fu un successo “dal basso”. Superò il vecchio pacifismo generico, che vacillò davanti alla prima e alla seconda guerra mondiale, e introdusse in Italia la nonviolenza come programma politico.

C’è stato chi ha detto che la Marcia Perugia-Assisi era così bella che è irripetibile. Ma come non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito così importante?

Per questo, anche se molti gli chiesero di ripetere l’iniziativa annualmente, Capitini rifiutò per evitare il rischio che la Marcia, e lo stesso ideale di Pace, divenissero ritualità e stanca ricorrenza.
Quando, qualche tempo dopo, disse “C’è stato chi ha detto che la Marcia Perugia-Assisi era così bella che è irripetibile. Ma come non correre il rischio di farne di meno belle se esse devono adempiere ad un compito così importante?” si riferiva alle Marce specifiche “contro la guerra” che lui stesso organizzò in alcune città (Roma, Bologna) e in molti centri della Toscana e dell’Umbria. Erano le iniziative locali messe in campo dalla Consulta italiana per la pace, guidata dallo stesso Capitini, che riuniva e collegava le principali associazioni pacifiste di allora, così come oggi fa la Rete italiana Pace e Disarmo. Fu in quell’occasione che Capitini scrisse “Una marcia non è fine a se stessa, produce onde che vanno lontano”, e in qualche modo quelle onde sono arrivate fino a noi.

Oggi marce e manifestazioni non sono più una novità. Hanno senso solo se legate ad un obiettivo preciso, ad una campagna in atto, a mobilitazioni specifiche. Celebrazioni rituali, retoriche, autoreferenziali, ripetitive, andrebbero fuori dal tracciato della nonviolenza attiva, innovativa, trasformativa, che ci è stata tramandata proprio dal pensiero capitiniano.

Un movimento per la pace che fosse fatto principalmente o esclusivamente di marce e petizioni per chiedere disarmo o condanna di certe aggressioni militari, non avrebbe grande credibilità, soprattutto se si limitasse ad invocazioni generiche di pace cui nessuno potrebbe dirsi contrario, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto. Sono convinto che oggi il settore R&S, ricerca e sviluppo della nonviolenza, debba fare grandi passi in avanti e non debba fermarsi alle ormai tradizionali risorse

Sono parole di Alexander Langer, che scrisse per un congresso del Movimento Nonviolento, nelle quali ci riconosciamo pienamente e di cui vogliamo fare tesoro.

Per questo a noi sembra che il modo migliore per ricordare la Marcia del 1961, e ringraziare Aldo Capitini, sia quello di proseguire e rafforzare le Campagne nelle quali siamo impegnati, per la riduzione delle spese militari, per gli interventi civili di pace nei conflitti in corso, per la messa al bando delle armi nucleari, per l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta.

Un anno di lavoro della Rete Italiana Pace e Disarmo. E’ quello che si celebra il 21 Settembre 2021, Giornata Internazionale della Pace ricorrenza scelta appositamente per evidenziare l’importanza della convergenza che ha portato alla creazione della più grande rete del pacifismo italiano.

Il tema voluto dalle Nazioni Unite per questa ricorrenza è “Recuperare meglio per un mondo equo e sostenibile”. Ricordiamo che l’Assemblea Generale dell’ONU ha voluto un giorno dedicato al rafforzamento degli ideali di pace, attraverso l’osservazione di 24 ore di nonviolenza e cessate il fuoco.

La pandemia è stata accompagnata da un’impennata di stigma, discriminazione e odio, che tolgono più vite invece di salvarle: il virus attacca tutti senza curarsi della nostra provenienza o del nostro credo. Di fronte a questo nemico comune dell’umanità, dobbiamo ricordarci che non siamo nemici l’uno dell’altro. Per poterci riprendere dalla devastazione della pandemia, dobbiamo fare pace gli uni con gli altri. E dobbiamo fare pace con la natura. Nonostante le restrizioni di viaggio e le chiusure economiche, il cambiamento climatico non è in pausa. Ciò di cui abbiamo bisogno è un’economia globale verde e sostenibile che produca posti di lavoro, riduca le emissioni e costruisca la resilienza agli impatti climatici.

Documento ONU in occasione del #PeaceDay

La Giornata Internazionale della Pace si celebra pochi giorni dopo l’Assemblea Nazionale della RiPD (la prima tenuta in presenza) che il 17 e 18 settembre ha avuto l’opportunità di ragionare sulle proprie attività, confrontandosi anche con esponenti della politica e della società civile in merito alle prospettive di lavoro comune. Le sessioni di dibattito interne sono infatti state precedute da un evento pubblico con gli interventi di Susanna Camusso, Laura Boldrini, Yana Chiara Ehm, Luigi Manconi, Erasmo Palazzotto.

Il quadro che emerge dall’Assemblea è sicuramente positivo e dimostra la volontà del movimento pacifista di lavorare collettivamente per risultati concreti sulla strada della Pace e del Disarmo.

Il dibattito interno è stato aperto e costruttivo e ha portato alla definizione di nuove linee di lavoro ed obiettivi per il futuro, confermando l’impegno su nuove tematiche che sono state già oggetto di riflessione interna negli ultimi mesi: il rafforzamento delle iniziative di educazione alla Pace, una riflessione sulla necessità di rafforzare un ruolo inclusivo e di “ponte” dei popoli dell’area Mediterranea; la volontà di ragionare sull’impatto che confitti e militarizzazione hanno sul cambiamento climatico e sul tema della difesa comune e dell’esercito europeo; l’occasione per il movimento pacifista di un rinnovato ruolo propositivo nel quadro delle contrapposizioni internazionali del nuovo millennio.

I rappresentanti delle aderenti alla Rete Pace e Disarmo hanno voluto inoltre confermare il proprio sostegno alle campagne comuni già attive. La RiPD continuerà così a lavorare per la riduzione delle spese militari, per il controllo dell’export di armi e la difesa della Legge 185/90, per gli interventi civili di pace nei conflitti in corso, per l’istituzione della Difesa civile non armata e nonviolenta, per il controllo della diffusione di armi nel nostro Paese. Con convinzione è poi stato ribadito il ruolo centrale della Rete come terminale italiano di molte campagne internazionali tra cui la Global Campaign on Military Spending, le azioni per il disarmo nucleare con la campagna Premio Nobel ICAN per l’adesione al Trattato TPNW, Pace nel Mediterraneo e Pace Giusta e tra Israele Palestina, la Campagna Control Arms, la Rete ENAAT sul commercio di armi, la campagna Stop Killer Robots o quella INEW contro le armi esplosive.

Al termine dell’Assemblea è stato infine approvato il Regolamento interno della Rete, che ne definisce dinamiche e meccanismi di lavoro, allargando inoltre il gruppo Esecutivo che coordina il lavoro comune e che ora è costituito dai rappresentanti di Cgil, Movimento Nonviolento, ARCI, ACLI, Legambiente, Un Ponte Per, Associazione ONG Italiane, Archivio Disarmo.

Lo scorso 13 agosto il Dipartimento con una nota sul proprio sito ha bloccato le partenze dei volontari del Servizio Civile diretti in 19 Paesi esteri inseriti in una lista redatta dal Ministero degli Esteri. Questa decisione riguarda circa 350 giovani in progetti già avviati a maggio e giugno o da avviare a settembre. Al momento sono in attesa di partire per le destinazioni estere, tranne 70 circa già in loco.

L’incontro che si è tenuto il 26 agosto è solo il primo passo. Ribadiamo la richiesta già avanzata durate l’incontro sull’urgenza e la necessità di riconvocare in tempi stretti il Tavolo di Confronto, al fine di poter individuare soluzioni che consentano di sbloccare le partenze per tutti i Paesi esteri e di vedere valorizzate le legittime aspettative di tutti quei giovani che hanno volontariamente e consapevolmente rinunciato a lavoro, studio e ad altri progetti per impegnarsi nell’esperienza di Servizio Civile.

Considerato che il MAECI (Ministero Affari esteri e Cooperazione internazionale) stesso ha ribadito durante l’incontro che il parere negativo espresso sui 19 Paesi non è da intendersi come divieto, ma come invito a Enti e volontari di prendere coscienza della situazione rispetto ai rischi presenti in quei Paesi, e di assumere un approccio ancora più consapevole e responsabile e di organizzarsi di conseguenza per far fronte a tali rischi, chiediamo alla Ministra Dadone e al Dipartimento per le politiche giovanili e il Servizio Civile Universale di non frapporre ulteriori ostacoli alle partenze per l’estero.
Nell’incontro del 26, inoltre, come anche dichiarato dalla Ministra al quotidiano “Avvenire”, c’è stata una positiva apertura, anche se con qualche limitazione territoriale, per 6 dei 19 Paesi della black list (Mozambico, Kenya, Etiopia,Equador, Perù e Colombia), ma rimangono forti criticità per tutti gli altri Paesi della lista per i quali il Capo Dipartimento ha ipotizzato il rinvio delle partenze al 2022. Prospettiva inaccettabile in quanto allungherebbe ulteriormente il periodo di incertezza per centinaia di giovani, molti dei quali hanno vissuto un’analoga situazione l’anno scorso quando è scoppiata la pandemia e i progetti sono stati sospesi.

Le soluzioni proposte al Governo da Enti e volontari:

  1. Considerata l’esperienza maturata dagli Enti in questi anni nella valutazione e nella gestione dei rischi, si chiede che sia data la possibilità di condividere caso-per-caso le proprie valutazioni in merito al livello di rischio dei luoghi di realizzazione del progetto, così da potersi confrontare con le valutazioni fatte dal MAECI per arrivare ad una soluzione condivisa, ponderata, uniforme e soprattutto quella più realistica possibile da porre sul campo.
  2. Si chiede l’adozione da parte del Dipartimento di un provvedimento – analogo a quello assunto nell’ottobre del 2020 in una situazione sanitaria molto più sfavorevole dell’attuale, per entità dei contagi e per l’assenza di vaccini – che richieda e consenta agli Enti di assumersi la responsabilità della valutazione del rischio presente nei singoli contesti d’intervento e ai giovani di dichiarare la propria consapevolezza dei rischi presenti nel Paese di destinazione.
  3. Si chiede di inserire i giovani in Servizio Civile tra le categorie che possono recarsi nei Paesi del cosiddetto “elenco E” del DPCM 2 marzo 2021 e successive ordinanze del Ministero della Salute.
  4. Rimane inoltre la richiesta, in linea con quanto fatto l’anno scorso, di permettere eccezionalmente a tutti i volontari che non siano potuti partire o successivamente abbiano deciso di interrompere il loro servizio, di ricandidarsi ai prossimi bandi di Servizio Civile, inclusa l’ipotesi, altresì concessa l’anno scorso, del superamento del 29° anno di età.

Enti e giovani manifestano, inoltre, preoccupazione per l’intenzione del Dipartimento di avviare il 16 settembre nuovi progetti da realizzare nei 19 Paesi della black list per i quali, dunque, lo stesso Dipartimento non consente le partenze estere. Una scelta, questa, che appare contradditoria e che rischia solo di aumentare la confusione e l’incertezza nei giovani che inizierebbero il loro servizio, ma senza avere la certezza di partire per l’estero.
Alla preoccupazione per la situazione attuale si aggiunge, infine, quella per i progetti presentati nella scorsa primavera e che il Dipartimento sta al momento valutando. Questi progetti potrebbero essere esclusi o ridimensionati nel caso di valutazioni negative sui rischi da parte del MAECI non temperate dalle risultanze derivate dal confronto sulle condizioni presenti sul campo. Se così fosse, sarebbe la condanna alla marginalità di un’esperienza che finora è stata di avanguardia, che vede come protagonisti i giovani in quanto difensori civici e costruttori di processi di pace.
Nella speranza che le Istituzioni si assumano la responsabilità di attuare le finalità del Servizio Civile, a cui sono prioritariamente preposte e si adoperino per costruire assieme agli Enti le condizioni migliori possibili per garantire l’attuazione dei progetti all’estero e la partenza dei volontari, attendiamo fiduciosi la prossima convocazione del Tavolo e lo sblocco delle partenze.

Nota congiunta di CNESC, Forum Nazionale del Servizio Civile, AOI (Associazione Ong italiane) e Rappresentanza dei Volontari

La prima vittima della guerra è la verità.
In Afghanistan quello che è accaduto negli ultimi 20 anni, dal 2001 al 2021, si è retto sulla menzogna, una montagna di bugie sostenute e diffuse dai militari combattenti delle varie fazioni, dai politici responsabili delle scelte fatte, dall’informazione al soldo degli interessi in campo. Poi ci sono le vittime in carne eossa, bambini, donne, uomini, morti o feriti sotto le bombe, negli attentati, negli scontri, o cercando di fuggire da un futuro di paura.

La guerra cambia il significato delle parole: gli invasori diventano liberatori, i terroristi diventano patrioti, i morti degli altri diventano effetti collaterali.
L’attacco terroristico dell’11 settembre a New York (il primo della storia in diretta televisiva) non poteva rimanere senza risposta, ma quella dell’invasione dell’Afghanistan e dei bombardamenti su Kabul, è stata la più sbagliata: ha innescato reazioni a catena con variabili indipendenti e fuori controllo, che in vent’anni hanno determinato una situazione insostenibile.
La fuga precipitosa degli eserciti stranieri lascia il campo in mano proprio a chi doveva essere battuto. E quel che è peggio, gli lascia in eredità un ingente arsenale di armi che dovevano “esportare la democrazia” e ora saranno al servizio del nuovo Emirato islamico: cambia ideologia, ma la violenza è la stessa. Un’intera generazione è cresciuta conoscendo solo la guerra come condizione di vita e di morte.

I risultati di quella guerra sono la diminuzione delle aspettative di vita degli afghani, la crescita della mortalità infantile, l’aumento della povertà e il calo dell’alfabetizzazione. Solo i produttori di sistemi militari si sono arricchiti a dismisura (con un rendimento addirittura dell’872% ci dicono gli analisti della Rete Pace e Disarmo, di Opal, di Milex, gli unici che forniscono i dati reali di questa guerra che all’Italia è costata 8,7 miliardi di euro).
Ora vige il caos ed è facile prevedere che si aprirà la stagione della guerra civile tra le diverse etnie sostenute da altre potenze esterne. Il bottino Afghanistan è troppo ghiotto, ricco com’è di materie prime (tra l’altro produttore dell’80% di oppio a livello mondiale), e la cui importanza strategica geopolitica è determinata dal suo ruolo di crocevia asiatico. Qualsiasi tentativo di semplificazione della storia e dell’attualità afghana porterebbe ad errori di valutazione, ma è fuori di dubbio che oggi le influenze maggiori sul suo futuro si giocano tra Pakistan, Cina, Russia, Turchia, Iran, ma anche sul ruolo che i giovani afghani vorranno prendere nelle proprie mani.

In questi giorni i riflettori sono puntati sull’aeroporto internazionale di Kabul, ma la stragrande maggioranza delle persone, donne, uomini e ragazzi dell’Afghanistan di domani, sono nelle province, nelle periferie, nelle montagne e sugli altipiani di quella sterminata regione, dove i “corridoi umanitari” non arriveranno mai e dove si determineranno i destini di quelle persone. Le poche, reali informazioni che abbiamo vengono dalle Organizzazioni non governative, anche italiane, o dalle Agenzie internazionali che sono e restano davvero presenti sul territorio nonostante i disastri combinati dall’operazione militare Usa-Nato.
Sono le sole voci, insieme a quelle delle associazioni della società civile afghana, oggi ascoltabili e che possono parlare con dignità. Irricevibili e vergognose, invece, le parole ipocrite di politici e partiti che avevano sostenuto le ragioni dell’intervento armato, votato i finanziamenti della missione militare, e di giornalisti ed “esperti” che hanno giustificato la “guerra giusta” contro il terrorismo internazionale e per “liberare le donne” dal burka, ed ora ci spiegano, con la stessa faccia tosta, la necessità dell’aiuto umanitario, affidato a quelle stesse forze armate artefici del clamoroso fallimento militare. Ma davvero non si vergognano?
Davanti a questo sfacelo, ampiamente previsto da chi si è opposto a questa guerra infinita, come a tutte le guerre, ci sono solo tre cosa da fare: