Nel capitolo precedente abbiamo visto come, nell'Italia del dopoguerra, il servizio militare fosse l'unico modo riconosciuto dallo Stato per adempiere al dovere costituzionale di difendere la Patria. Non esisteva alcuna alternativa e il diritto all'obiezione di coscienza non era ancora riconosciuto.
È in questo contesto che si inserisce la storia di Pietro Pinna.
Nel 1948, a soli ventun anni, Pinna riceve la chiamata alle armi. Influenzato dal pensiero nonviolento di Aldo Capitini, è convinto che partecipare all'addestramento militare significherebbe tradire la propria coscienza. Per questo prende una decisione destinata a segnare la storia italiana: rifiuta di prestare servizio militare.
Per lo Stato quel rifiuto costituisce un reato. Nessuna legge prevedeva un'alternativa al servizio militare né riconosceva valore alle motivazioni etiche, filosofiche o religiose di chi sceglieva di non impugnare le armi. Gli obiettori di coscienza venivano processati dai tribunali militari e potevano essere condannati alla reclusione. Terminata la pena, venivano nuovamente richiamati alle armi e, in caso di un nuovo rifiuto, affrontavano un altro processo e una nuova condanna.
È ciò che accade anche a Pietro Pinna. Dopo aver scontato una prima pena, viene richiamato e rifiuta ancora. Affronterà un secondo processo prima di essere definitivamente prosciolto dagli obblighi di leva.
Il suo obiettivo non era ottenere un trattamento privilegiato o sottrarsi a un dovere. Con il suo gesto affermava un principio destinato a cambiare il dibattito pubblico: la coscienza individuale può entrare in conflitto con la legge quando questa impone l'uso delle armi.
Quella che inizialmente sembrava una scelta isolata diventò il punto di partenza di un movimento sempre più ampio. Negli anni successivi altri giovani seguirono il suo esempio; intellettuali, religiosi, associazioni e movimenti nonviolenti iniziarono a chiedere una legge che riconoscesse l'obiezione di coscienza.
Il primo "no" di Pietro Pinna non cambiò immediatamente la legge. Ma cambiò la storia. Da quel momento l'obiezione di coscienza smise di essere soltanto una scelta individuale e iniziò a diventare una questione civile, culturale e politica che avrebbe portato, molti anni dopo, al riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza e alla nascita del Servizio Civile.