Il "Viaggio nella Memoria" è stato organizzato, per il terzo anno consecutivo, dal Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, in collaborazione con l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità Ebraica di Roma. Hanno partecipato cento atleti olimpici e paraolimpici appartenenti sia ai corpi civili dello stato che ai gruppi sportivi militari, ragazzi e ragazze del Servizio Civile Universale e dell'Agenzia Italiana per la Gioventù, insieme ai Presidenti di CONI e CIP e ai rappresentanti di Sport e Salute, AIG e C.E.R..
Noi abbiamo avuto la possibilità di partecipare in quanto operatrici volontarie nel progetto “Così Impariamo” di ARCI Servizio Civile Viterbo, svolto presso il comune di Vitorchiano. Il viaggio ha ufficialmente avuto inizio una volta atterrate a Cracovia, quando abbiamo fatto i saluti istituzionali con il ministro Andrea Abodi, che ha inaugurato l’esperienza con un momento profondo di riflessione sui fatti che hanno tragicamente segnato il secolo scorso. La prima tappa di questo nostro viaggio della memoria ha avuto inizio domenica pomeriggio con la visita alla fabbrica di Schindler, dove abbiamo ripercorso tristemente insieme gli eventi storici avvenuti a partire dal 1° settembre 1939, quando le truppe tedesche oltrepassarono i confini dello stato polacco, mettendo in ginocchio l’intero Paese e la sua popolazione. I polacchi soffrirono profondamente l’occupazione tedesca e confidarono, erroneamente, nell’aiuto delle truppe sovietiche, che invasero invece la Polonia dai suoi confini orientali. La visita ai due campi di concentramento, però, è stato sicuramente il momento più toccante e significativo dell’intero viaggio. Lunedì mattina abbiamo visitato, accompagnati dalla guida, il campo di concentramento di Birkenau. La visita è iniziata con dei brevi interventi da parte di Marco Caviglia, responsabile della didattica della Fondazione Museo della Shoah di Roma. L’inquietudine del luogo ci ha colpito immediatamente, non appena abbiamo visto il vagone da bestiame sul quale hanno viaggiato migliaia di ebrei condotti alla morte. Il filo spinato, un tempo elettrificato da 400 volt di corrente, lasciava immaginare quanti sguardi vi avessero guardato attraverso, nella speranza di ritornare a casa, un giorno, dalle proprie famiglie. Alcune baracche erano ancora in piedi e visitabili al loro interno. Visitarle ci ha turbato non poco, perché lasciavano immaginare le terribili condizioni in cui vivevano gli internati. Migliaia di persone hanno perso la vita in quella fabbrica di morte: chi moriva per la fame, chi per il freddo, chi per le malattie e chi, ancora, veniva ucciso nelle camere a gas e successivamente spogliato di qualsiasi cosa di valore avesse indosso, dai denti d’oro ai capelli. In particolare questi ultimi venivano tagliati e raccolti per rivenderli come materia prima per l’industria tessile. Straziante è stato apprendere poi come venivano suddivisi una volta scesi dal vagone del treno: chi era abile al lavoro veniva internato, chi non lo era, veniva portato immediatamente nelle camere a gas, per essere bruciato nei forni crematori. Alla fine della visita al campo, il rabbino ha recitato alcuni salmi in lingua ebraica, esprimendo il suo profondo cordoglio per tutti coloro che avevano perso la vita in quel campo di morte. Nel pomeriggio di quello stesso lunedì abbiamo visitato il campo di Auschwitz, già profondamente provate dalla visita al campo di Birkenau. Il campo di Auschwitz è molto più piccolo di quello di Birkenau, ma meglio conservato e già l’architettura del luogo suscitava un’inquietudine profonda. Per entrare nel campo era necessario attraversare un lungo corridoio in cemento in cui gli altoparlanti elencavano i nomi di tutti coloro che avevano perso la vita in quel luogo. Abbiamo visto da vicino numerosi oggetti appartenuti alle persone deportate: occhiali, valigie, scarpe e indumenti per bambini. È stato terrificante vedere una vetrata piena di quei capelli tagliati a coloro che erano, purtroppo, giunti lì. Siamo entrati nella camera a gas, dove migliaia e migliaia di persone morirono asfissiate, dopo un’atroce sofferenza. Ciò che ci ha colpito maggiormente è l’inganno con il quale i nazisti architettarono lo spostamento di migliaia di ebrei: li convincevano di volerli trasferire in un luogo a loro dedicato e vendevano a molti di loro finti negozi e finte attività per far sì che acconsentissero ad andarsene dai loro luoghi di origine. Una volta scesi dal treno, raccomandavano loro di scrivere i propri nomi sulle valigie, per evitare – dicevano loro – che qualcosa potesse andare perso. Prima di introdurli nelle camere della morte, chiedevano loro di spogliarsi di ogni indumento e di ricordare il numero dell’appendiabito dove avevano lasciato i loro vestiti, affinché potessero recuperarli dopo la doccia. Difatti, tutti coloro che di lì a poco sarebbero andati a morire erano convinti invece di dover fare una doccia ristoratrice dopo il lungo viaggio sul vagone. Sinceramente non ci sappiamo spiegare come sia possibile organizzare la morte sistematica di milioni di persone senza che qualche sana coscienza si ribelli. La visita al campo di Auschwitz in particolare è stata angosciante – non sapremmo come altro descriverla – e sentire quale sofferenza abbia riempito quei luoghi tempo fa lascia inevitabilmente una cicatrice nell’anima. Nei sotterranei di quei luoghi, dove si compivano indicibili torture, ci mancava a tratti l’aria. Abbiamo celebrato una commemorazione, con un momento di raccoglimento e di silenzio da parte di tutti proprio di fronte al muro della morte, dove alcuni internati vennero fucilati, nudi, con un colpo alla nuca dopo una sentenza di colpevolezza, poiché quasi mai si assolveva l’imputato. Il ministro Abodi ha lasciato delle corone di fiori di fronte a quel muro che in passato ha visto morire trucemente moltissimi innocenti. Siamo tornate verso Cracovia con un animo profondamento ferito dalle crudeltà che si sono svolte in quei luoghi. Martedì mattina, giorno di partenza, abbiamo fatto un ultimo incontro prima di partire, in cui ci siamo collegati con Fernando – detto Nando – Tagliacozzo, testimone della brutalità delle deportazioni ebree, che il 16 ottobre del 1943 perse la sorellina Ada, la nonna Eleonora e lo zio Amedeo, portati via dai nazisti, il cui unico obiettivo era ancora quello di sterminare gli ebrei, nonostante stessero ormai perdendo la guerra. Nando si salvò, insieme alla madre e al fratellino, ma perse il padre a causa di una soffiata di un uomo che consideravano amico. Nando Tagliacozzo ha scritto il libro “Stelle Nascoste, la Shoah nei ricordi di un bambino”, in cui racconta l’orrore delle discriminazioni raziali con gli occhi di un bambino, quale era al tempo. Siamo tornate a casa grate di aver avuto la possibilità di partecipare a questa esperienza, ma con un’amarezza profonda nell’animo. Riflettevamo su quanto fosse facile seminare e coltivare l’odio; difficilissimo invece è coltivare e lasciar diffondere il bene. Purtroppo l’odio e la crudeltà ci circondano ancora, in forme diverse, a volte subdole e dissimulate, altre volte in modo esplicito e supportate dal silenzio di molti. In un mondo in cui è frequente vedere compiere il male, pensiamo sia importante “allenare” il bene, al massimo delle nostre capacità. Il Viaggio della Memoria è stato intenso, toccante e, a tratti, emotivamente faticoso. Camminare in luoghi che portano ancora il peso di ciò che è accaduto, ascoltare le testimonianze, ascoltare storie vere di famiglie e persone spezzate ci ha fatto comprendere in modo più profondo quanto la Shoah non sia solo un capitolo di storia, ma una ferita che appartiene ancora all’umanità intera. Questo viaggio ci ha fatto riflettere su quanto sia importante non lasciare che tutto questo resti solo nei libri o nelle commemorazioni ufficiali, ma venga trasmesso in modo vivo alle generazioni presenti e future.
Questa è la testimonianza di Aurora, Francesca, Beatrice e Alessia, operatrici volontarie di ASC Viterbo APS, che hanno partecipato al Viaggio della Memoria, nei giorni 18-19 e 20 Gennaio 2026.